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Luisa non si è fermata ad Empoli

by Oth... last modified 09/09/2006 14:52

Luisa era davvero qualcosa di meraviglioso, forse perché è quello che dovrebbe essere un tifoso e che nessuno di noi mai sarà.

Uno dei rimpianti della mia vita è non aver conosciuto i miei nonni. Ho potuto capire la perdita quando venne a mancare mio zio, che per parentela ed età ne faceva le affettuose veci; fu un momento davvero difficile perché forse il nonno o la nonna sono quelle figure che in maniera discreta accompagnano la prima fase della nostra vita, non tanto per elencare come un monito i loro errori, quanto per essere una persona a disposizione nei momenti in cui il confronto coi genitori risulta problematico. Per questo, senza nulla togliere a mio padre e mia madre, preferivo confidarmi con gli amici in mancanza del canuto e dolce alleato.

Luisa, consapevolmente o meno, era la nonna di tutti coloro che seguivano la Roma. Non stava lì a parlare di mentalità, ad insegnare come si tifa, a dare risvolti politici alla passione, o a puntare il dito su qualcuno nei momenti (tanti) bui della ASRoma. Luisa era la boccata di ossigeno, dopo che il fegato aveva raggiunto il punto di non ritorno, afflitto dai problemi della settimana e dalle carenze tecniche o temperamentali di 11 giocatori sul campo. Era il minuto e discreto sorriso ad illuminare le sofferenze di gioventù o le fosche tinte di una sconfitta. Era l'immagine di una passione rispettata da ogni tifoso, da ogni gruppo, da ogni tendenza, proprio perché si ergeva senza invadenza come l'ombrellino in mezzo a 18.000 teste. E come l'ombrellino tentava sempre di proteggere la sua fede e la sua passione pulita, dolce e senza compromesso alcuno. Per Luisa la Roma era forse la passione più grande che però non offuscava altri valori, anzi li esaltava, perché nessun valore e nessuna passione deve offuscarne altre; come se a braccetto con la Roma desse lustro all'affetto, all'amore, all'amicizia, tutto sotto a quell'ombrellino sempre pronto a prendere sotto di sé tutti coloro che cercavano riparo da tutto e tutti abbracciati stretti a lei.

Era questa la meravigliosa figura che personalmente conobbi davvero nel tragico giorno della morte di Vincenzo Spagnolo. La scura atmosfera delle soffuse luci di un pullman di ritorno dalla trasferta di Foggia, a circondare la turchina chioma, e un mare di lacrime al pensiero di una vita spezzata da una passione deviata, omicida, solo apparentemente uguale alla sua fede, ma cresciuta da un seme maligno che Luisa ha sempre trattato come meritava: con indifferenza, o a male parole come i suoi richiami a coloro che con un loro comportamento idiota potevano coinvolgere ingiustamente altre persone.

Luisa era davvero qualcosa di meraviglioso, forse perché è quello che dovrebbe essere un tifoso e che nessuno di noi mai sarà. Era il volto sereno che scambiava quattro piacevoli chiacchiere coi funzionari che attendevano ai caselli i pullman in trasferta. Era così piccola accanto alle forze dell'ordine di una scorta, ma così grande nel dire da sola in faccia ai teppisti mentre veniva malmenata "voi non siete veri tifosi del Napoli, perché loro non si comportano così!". E soprattutto era, come è stato detto da tutti, quella che chiamava per nome tutti, perché si ricordava i nomi di tutti; perché non è da tutti chiedere una foto autografata di Tommasi durante il ritiro in Austria e trovarla il giorno dello scudetto al primo nostro incontro dopo quella richiesta, che ti chiama e si ricorda di quella foto.

Non so quale sia il modo più bello per ricordarla. Forse non dimenticarsi di lei è la cosa più bella, affinché Empoli sia stata la prima trasferta vissuta accanto a lei in un modo diverso. Ma pur sempre una trasferta. Perché Luisa, come hanno scritto i ragazzi della Curva Sud, non si ferma di certo di fronte alla trasferta in paradiso, figuriamoci ad Empoli.

Ti abbraccio forte Luisa.


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