Buoni, cattivi… e Totti
Le ragioni di chi non ritiene il Capitano un fuoriclasse sono i soliti luoghi comuni del calciatore che non vince, non è leader, non ha i nervi saldi. Ma non sempre "grande" significa "buono", "bello" o "bravo".
Qualche anno fa, esattamente quando frequentavo la 4^ classe al liceo scientifico, incrociai il mio destino con una professoressa di filosofia un po' particolare. A dire il vero, incrociammo anche ben altro, all'indomani del fatto che mi rimandò in storia, ma di lei ho in ogni caso dei ricordi indelebili, belli e brutti. Uno in particolare è tornato a galla il giorno dopo d'Inter-Roma: fu una mattinata piovosa a Roma, quando in una delle sue lezioni, paragonabili a quelle di Robin Williams ne "L'attimo fuggente", nel senso che erano discussioni vere e proprie col libro di testo a mostrare solo la copertina senza essere aperto, la suddetta docente aprì le nostre menti col seguente quesito: "Ma, secondo voi, i grandi della storia sono tutti brave persone?". Nella semplicità della domanda, a mano a mano che le risposte cercavano di essere snocciolate da noi alunni nel modo più esauriente, le implicazioni cominciavano a venire a galla come le castagne marce in una bacinella d'acqua. A prescindere che "grande della storia" è un concetto molto soggettivo (almeno nei personaggi), poiché si passa dai grandi condottieri, ai luminari della scienza, agli artisti, ai filosofi, una verità inconfutabile poteva identificarsi come filo, seppur sottile, conduttore della discussione: non sempre "grande" significa "buono", "bello" o "bravo", nel senso che la storia, se presa da un punto di vista oggettivo e non da quello che la scrive, ci dice che i protagonisti della storia molte volte hanno più importanza delle vittime, perché hanno uno spessore maggiore le imprese rispetto alle conseguenze. E' per questo che il narratore, capace o meno nella redazione, ha il potere dell'onniscienza e il più delle volte ogni cosa scritta sarà "ben" scritta se esisterà una considerevole parte della massa che la condividerà. Molte volte la storia è fatta così, soggetta al favore o meno del destinatario, come il valore di un film si legge sempre in termini d'incassi e di gusto del pubblico, anche se poi è di discutibile valore come, ad esempio la serie infinita di "Vacanze di Natale" (eccetto il primo, n. d. r.).
Ecco perché giovedì sera, a ventiquattro ore dall'ennesimo cucchiaio del Capitano, mi è tornata in mente quella giornata tra i banchi di scuola. Già perché, come a volte è successo, ad animare le ragioni di chi non ritiene il Capitano un fuoriclasse, è arrivata la solita espulsione. A Roma si chiama "macchietta" colui o colei che diviene il centro di scherzi, scherni, satira e umorismo tagliente; Francesco, con le dovute proporzioni, non è una macchietta, ma ormai ha le stimmate del luogo comune del calciatore che non vince niente, che non è leader, che se resta a Roma non vincerà mai niente ecc, ecc, etc. Il festival delle etichette fatte che accese sul fiammifero dell'ipocrisia, diventano fuoco che arde nella vergognosa vasca dei detrattori d'ogni latitudine sottoforma di benzina.
Al funerale di Luisa Petrucci, la significativa immagine del capitano seduto accanto a Zeman, ormai segna definitivamente l'ingresso del Capitano nel club delle vedove, perché anche lui, come molti di noi da molto tempo, sanno che non è né una vergogna né un reato essere vedova di Zeman. E' solo una scelta e una presa di posizione forte, come la sua scelta di restare alla Roma, come la voglia di far vedere che puoi avere quanti soldi vuoi, ma se non hai il genio che da un significato ai piedi buoni, diventi noioso come l'Inter e inutile come Veron. Come quel posto accanto al Boemo che non si sa se sia stato occupato per primo dall'uno o dall'altro, perché questo è già leggenda. Il Capitano, a meno che la storia non ci dirà qualcosa di diverso che noi saremo sempre pronti ad ammettere (anche perché non stiamo dicendo che non andremo mai alla Juve...), ha scelto di essere Francesco Totti e non "un giocatore del Milan, dell'Inter o del Real Madrid". Ha scelto di essere il Capitano di una squadra che è danneggiata anche perché non ha nessuno in Patria che la difende dall'interno, ma ne abusa (del resto la corruzione sin dai tempi della congiura di Catilina non è stata una voce di corridoio).
Le ventiquattro ore sopraccitate, sono state una sequenza infinita di pensieri a riguardo senza ordine e senza apparente filo logico, solo con la voglia di cercare l'altra verità dietro alle figure che fanno la storia, dietro a chi si pavoneggia mostrando solo le loro etichette buone. Contrariamente al Capitano che i cucchiai li fa non solo per scavalcare Julio Cesar, ma li deve fare per sormontare le etichette negative che sono attaccate da gente che di Roma ha visto, forse, solo la sala d'aspetto di Fiumicino, e che nessuno a Roma si sforza di staccare. Allora nel nostro piccolo siamo qui a ricordare che i grandi della storia sono gli stessi che hanno massacrato milioni di persone anche innocenti: da Giulio Cesare a Napoleone, da Alessandro Magno all'ammiraglio Nelson, dall'impero Ottomano alle colonie Inglesi. Tutti grandi condottieri, abili strateghi ed imperi immensi, non assassini e sanguinari conquistatori. Come disse Beppe Grillo: "Se cade un alpinista, si dice montagna assassina, non alpinista pirla...". Allo stesso modo la mano di Maradona è "la mano di Dio", e la simulazione di Zambrotta, siccome ammessa tre ore dopo il fischio finale e a risultato acquisito, è un gesto di esemplare sportività, e nessuno si azzarda a scrivere che hanno falsato in maniera antisportiva e vigliacca una competizione alla faccia del lavoro e del sudore degli Inglesi e dei Bolognesi. Se Gattuso cerca per tutta Milan-Juventus una gamba da rompere, Materazzi stende qualcuno in campo e prende a cazzotti qualcun altro quando sta in panchina e Cafu manda all'ospedale con una scivolata assassina Cufrè, loro non sono macellai, ma esempi di ardore agonistico. Se Zidane becca un rosso diretto sul 5-0 per la Francia ai Mondiali contro gli Emirati Arabi, non è un'idiozia, ma una leggerezza che può succedere e che si può concedere visto che aveva fato due gol e una prestazione super.
Tutto ciò il Capitano lo sa ed è per tante cose che preferisce essere Francesco Totti giocatore della AS Roma: perché il cucchiaio lo fa anche a Milano col risultato in bilico e prima ancora ai rigori di Amsterdam e non come altri sul 4 o 5 a zero a favore. Lui sa benissimo che non basta essere chi ha sbancato il Bernabeu, il capitano del terzo scudetto, la doppietta di Valencia, l'assist di tacco a Cassano. Lui sa benissimo che dovrà sempre dimostrare qualcosa in più di gente che ad altre latitudini incide un centesimo rispetto a lui ma che non è mai messo in discussione. Lui sa benissimo che sarà sempre quello che viene espulso a Perugia per pretendere la distanza della barriera dal "ducetto" in giacchetta nera di turno, quello che non ha neanche sfiorato Keown a Londra e che viene espulso, ovviamente meritatamente secondo bocche nostrane, quello che ammette come Zambrotta l'inesistenza della spinta di Neqrouz e che viene definito disonesto, quello che non calcia una punizione perché la barriera arriva a 3 metri dal pallone e per questo si becca lui il giallo, quello che viene sodomizzato dal Colonnese di turno per essere cacciato per una carezza, peraltro documentata in tutta la sua inconsistenza, quello che, in sequenza, subisce un fallo, riesce ad evitare un pestone a terra, riceve due testate, subisce una manata, viene preso al collo, tutto da Veron e viene anche lui espulso insieme al giocatore più inutile della terra.
Lui sa meglio di altri che nelle cinquanta nominations per il pallone d'oro ci andrà gente come Park Ji-Sung, Van Bommel, John Terry, Tierry Henry, Cristiano Ronaldo, Juninho Pernambucano, Camoranesi, Cannavaro, Riquelme ed altri... Vorrà dire che il prossimo cucchiaio sarà per loro...