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Simply the Best

by Oth... last modified 09/09/2006 14:52

L’ultima grande Roma, battagliera e col coltello tra i denti, per quello che mi riguarda, è stata quella di Highbury, con una quasi vittoria ottenuta in dieci, dopo un’espulsione di Totti ingiusta anche per i grandi tifosi d’oltremanica.

Insieme a George Best se n’è andata anche la Roma. Forse peggio di così c’è il fallimento che, diciamolo, non sappiamo neanche se eviteremo. Ammettiamolo, non sapremo mai, o meglio lo sanno tutti come il crac Parmalat, se qualcuno ci ha aiutato ottenendo in cambio la schiavitù da parte della società. La cosa inquietante è che con Roma-Strasburgo e George Best due violenti fendenti hanno lacerato ancor di più il modo di amare il calcio e il modo d’essere Romanisti. Neanche 10.000 presenze allo stadio, e gente che passeggia in campo. E nessuno che tenta di dare un segnale forte, un secco rifiuto ad una situazione che non è inquietante per le sconfitte e la deprimente posizione in classifica. Nessuno che smette di stare seduto per alzare il corpo ma soprattutto la testa, e, dopo averla sollevata, scuoterla in modo deciso a rifiutare, disprezzare e allontanare un calcio e un modo di vivere la Roma nel quale il Popolo non vuole identificarsi. Tutti preferiscono perdersi, come George Best di fronte all’alcool, nel fuorviante effetto soporifero di una vita e di una professione agiata e nulla più. Come possiamo pensare che qualcuno voglia combattere non solo per una maglia, ma soprattutto per un modo di vivere il calcio che qualcuno è quasi riuscito a strapparci del tutto? Il mio primo gol della Roma che ricordo fu una rete importante ascoltata dalla radio. Michele De Nadai segna un gol fondamentale a Milano contro l’Inter in una giornata di Marzo del 1978. Quella era una Roma in una posizione in classifica a dir poco drammatica, in una situazione che vide Ferruccio Valcareggi ad ergersi a condottiero per salvare una baracca che stava andando letteralmente a fondo. Ecco quella gente che giocava nella Roma, come i più canuti di noi possono testimoniare, sono calciatori che nel tempo hanno tramandato uno spessore e un rispetto per i colori e il calcio stesso che i “dipendenti” d’oggi non sogneranno neanche in un'altra vita. Un mito del resto non si costruisce con le vittorie, o con le “potenzialità inespresse”. Chi vuol essere parte di una squadra vincente solo per il nome ed essere uno dei tanti che vincerà un campionato o una Coppa dei Campioni, senza magari giocare neanche un minuto ma solo per la soddisfazione di poter dire “Ho vinto questo e questo…”, prego si accomodi. Preferiamo persone, anzi uomini che sanno dimostrare che gli attributi escono sempre e soprattutto nei momenti bui. L’ultima grande Roma, battagliera e col coltello tra i denti, per quello che mi riguarda, è stata quella di Highbury, con una quasi vittoria ottenuta in dieci, dopo un’espulsione di Totti ingiusta anche per i grandi tifosi d’oltremanica. Poi il nulla, o meglio con niente, neanche qualche vittoria importante che poteva raggiungere il livello di quella notte nella quale, ringrazio ancora Dio, anch’io ho lasciato la voce per incitare, 69 anni dopo la nazionale di Pozzo i nuovi “Leoni di Highbury”. Queste sono le vere partite che ci distinguono dalla massa triste e inutile, alla quale qualcuno, o meglio qualcuna, in casa nostra vuole farci assomigliare. Perché la leggenda non viene fatta dalle vittorie, nossignore, ma da cosa ti lasciano, di bello e di brutto, 90 minuti indimenticabili. Ecco perché uno juventino non saprà mai cosa significano la colletta del Sistina, la monetina di Roma-Gornik o i 70.000 di Roma-Atalanta. Lui vede solo la vittoria perché la squadra deve essere diversa dalla vita. Invece la vita è come la Roma e noi siamo il popolo che riesce a trarre in ogni situazione la giusta ironia e la giusta carica per tornare su. Ecco perché anche una desolante sconfitta come quella di Empoli è sempre un modo per ridere ed essere carichi, consapevoli che, come si dice a Roma, alla fine arriverà il pianerottolo… L’importante è non aver paura del pianerottolo. E non a caso George Best, figlio di un calcio diverso, alla vista del pianerottolo non ha avuto paura di rendere pubblica la sua situazione nel letto di ospedale, a consapevole monito per i giovani troppo vicini all’alcool, trovando la forza di alzare a suo modo la testa. Ed è per questo che i Romanisti non vogliono essere come qualcuno della società che diserta lo stadio per evitare, senza affrontarli, i fischi del pubblico, ma come il grande Romeo Anconetani che rimase a braccia conserte di fronte alla curva dell’arena Garibaldi che lanciava di tutto. Per questo molti Romanisti, me compreso, non hanno paura neanche della serie B o della C, anche perché un po’ d’invidia per Genoa e Napoli l’ho provata, perché di quel 17 Giugno 2001 non mi manca tanto la Roma in testa alla classifica, ma l’Olimpico che fa vedere al mondo quanto ci piace essere Romanisti.


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