Niente da fare
Non basta il ritorno del Capitano, non basta la carica di ottomila straordinari tifosi: una Roma ridotta ai minimi termini si deve nuovamente arrendere all'Inter di Mancini
Per fortuna che c'è il pallone. Quella sfera bianca (o gialla, o grigia, come va di moda adesso) che rotola e dà gioie, patemi e preoccupazioni a milioni di tifosi. Per fortuna che questa sera, dopo alcuni giorni roventi e tristi per il nostro mondo calcistico, quella sfera torni a rotolare, per la decisiva finale di ritorno di Coppa Italia tra Inter e Roma, distraendoci per appena novanta minuti dalle squallide vicende giudiziarie degli ultimi tempi.
Si riparte dopo il pareggio dell'Olimpico che dà un lieve vantaggio ai nerazzurri, vantaggio che pare accumularsi già prima di scendere in campo per via delle continue defaillance in casa giallorossa: oltre alle pesanti squalifiche di Perrotta, Taddei e Mexes, e alle croniche assenze di Montella ed Aquilani, Spalletti deve fare i conti anche con l'influenza di De Rossi. Daniele, tra mille colpi di tosse, si accomoda stoicamente in panchina a fare compagnia a Francesco Totti, in forte odore di rientro.
Dai uno sguardo alle tribune, e ti accorgi di quanto siano immensi i tifosi giallorossi: un intero settore viene preso d'assalto dal giallo e dal rosso dei nostri supporter, mentre gli altri settori sono malinconicamente semivuoti. Nonostante il probabile successo, molti interisti disertano lo stadio in aperta contestazione contro la società per l'ennesimo anno di delusioni.
Alla Roma serve assolutamente un gol per cercare di ribaltare la situazione, ed il gol arriva subito, ma dalla parte sbagliata: al primo affondo interista, Javier Zanetti mette in mezzo un bel pallone dalla destra su cui Esteban Cambiasso trova un eurogol con un sinistro potente e preciso. Nulla da fare per Doni e per una Roma che pure aveva iniziato bene, riversandosi in massa nella metàcampo avversaria.
La situazione cambia poco: un nostro gol darebbe infatti la certezza dei tempi supplementari, per cui non tutto è perduto. Ma, subita la repentina rete degli avversari, i giocatori giallorossi perdono palesemente baldanza ed energia. Mettiamoci anche l'ennesima tegola con l'infortunio di Chivu, cui subentra un Kuffour non al massimo della condizione, ed il quadro è completo. Dopo appena 12 minuti la finale s'è complicata maledettamente, ed oltretutto l'Inter ha cominciato a giocare seriamente: partita intelligente, quella dei nerazzurri, che limitano la furia romanista e si scatenano negli spazi inevitabilmente lasciati dai giallorossi.
La squadra dà tutto, i movimenti sono i soliti, ma l'assenza di troppi interpreti si fa sentire maledettamente: Kharja è assolutamente fuori contesto, Tommasi è generoso ma impreciso, e la difesa scricchiola senza il suo alfiere francese. Anche Mancini, uno dei pochi che con il suo genio potrebbe cambiare il corso degli eventi, è fuori dai binari del match. Sono i più giovani in campo a dare le maggiori soddisfazioni: Okaka fa il suo in modo splendido, mentre Rosi stupisce tutti per grinta e tecnica.
Proprio con una pirotecnica incursione conclusa con un tiro di poco alto di Aleandro si vede il primo tiro verso lo specchio della porta difesa da Julio Cesar; parrebbe l'inizio di una riscossa, invece sono solo i prodromi della resa.
In pieno recupero, infatti, la Roma si fa beccare clamorosamente sbilanciata in avanti. Stankovic e Cruz trovano una prateria infinita, e l'argentino - ancora una volta solo dinnanzi al portiere - fulmina Doni e realizza il gol della sicurezza.
Sicurezza, che - verrebbe da dire - con l'Inter non esiste mai, ma i precedenti tra la squadra meneghina e quella giallorossa non inducono neanche i più ottimisti a sperare nel clamoroso recupero. I tifosi romanisti, caldi e appassionati come al solito, accompagnano con continui cori i primi minuti della ripresa in cui si nota soprattutto il continuo brusio della curva nerazzurra. Cori che si trasformano in applausi e canti di gioia non appena il Capitano comicia i suoi esercizi di riscaldamento.
E' il minuto numero 53', quando finalmente Francesco fa il suo rientro sostituendo il piccolo Okaka; applausi scroscianti si levano anche da parte degli sportivi interisti, che ritrovano oggi un patrimonio assoluto del calcio italiano. Il nostro numero dieci si dà da fare: sgomita, lotta, comincia anche a fare i primi falli. E non può essere che lui, al 68', ad andare vicinissimo al gol con un diagonale che si spegne di poco a lato.
Purtroppo l'esempio di Totti non viene seguito dalla squadra, che rimane troppo timida per cercare di imbastire una reazione convincente, forse implicitamente già rassegnata alla sconfitta. L'Inter, senza strafare, controlla agevolmente la partita potendo anche permettersi di tenere in campo sua inconsistenza Adriano per quasi settanta minuti.
Tra uno sbadiglio e l'altro, i nerazzurri arrivano anche a chiudere il conto: è il 77', quando il subentrato Martins si invola sulla destra e serve un bel pallone a Cruz; l'argentino si scontra con un Doni un po' troppo fuori dai suoi pali, e lo stesso nigeriano appoggia di giustezza il pallone in fondo alla rete ormai sguarnita.
Servirà a poco, tre minuti dopo, il gol realizzato di testa dal redivivo Nonda, se non a rendere poco meno amara questa ennesima delusione. I tifosi, però, restano tutti lì a tributare il loro strabordante amore verso questa squadra, che anche in una delle sue stagioni migliori è costretta, suo malgrado, a restare ancora una volta a bocca asciutta.
L'Inter esulta, senza neanche troppa convinzione: i nerazzurri si prendono questa coppa come il classico contentino della solita stagione senza trionfi; per i romanisti, invece, il secondo trofeo nazionale avrebbe rappresentato ben altro, se non altro il giusto premio atto a coronare una stagione difficile, lunga, stressante ed esaltante.
Ma il lieto fine non è certo cosa da romanisti, è evidente...