ADESSO ANCH'IO HO IL MIO 7-1
PER CHI HA PARLATO DI "VERGOGNA" SENZA AVERLA MAI CONOSCIUTA....
Nella vita di ognuno di noi, nel preciso attimo in cui ci troviamo faccia a faccia con quei momenti che illumineranno i nostri futuri ricordi, ne veniamo istantaneamente travolti senza poter scegliere di modificarli o cancellarli; anche se decidiamo “quando” andare loro incontro, non ne potremo mai determinare il “come” e il “perché”. Questo è il compromesso che consapevolmente o incoscientemente accettiamo: vivere frangenti indimenticabili essendone inevitabilmente schiavi, vittime e succubi.
Io ho deciso di accettare questa regola e di avere rispetto verso tutto quel che, bello o brutto, renderà un periodo della mia esistenza indimenticabile.
Mio padre decise il 5 ottobre del 1947 di andare allo Stadio Nazionale, già Stadio del P. N. F., per vivere per la prima volta anche con gli occhi le gesta della Roma dopo anni di orecchio alla radiolina. Salì sul camion che portava lui e altri avieri in libera uscita a Roma dall’aeroporto di Guidonia per lasciarli a Piazza Esedra dopo un’ora di tragitto sul polveroso manto della Via Tiburtina. Da lì in tram fino a Piazzale Flaminio per poi giungere a piedi fino allo stadio. Quel giorno vedeva per la prima volta non solo la Roma ma anche il Grande Torino; vedeva la Roma vincere al termine del primo tempo 1-0 grazie ad una punizione di Amadei, ascoltava durante l’intervallo gli sberleffi dei Romanisti che si chiedevano dove fosse il “Grande Torino”, veniva anche lui travolto dai 7 gol con cui, nel secondo tempo, i granata consegnarono agli archivi il risultato di quella partita. 7 a 1. Uno dopo l’altro, come note che snocciolandosi danno vita ad una sinfonia creata dalle maniche della maglia di Valentino Mazzola che si tirano su, dai capelli intrisi di brillantina di Guglielmo Gabetto restii a spettinarsi anche dopo un colpo di testa, da quei 5 minuti del Grande Torino pronti ad esplodere anche senza la carica del trombettiere del “Filadelfia”. Un immenso affresco dipinto dal pennello di una disfatta calcistica, carico di immagini e di significati, perché così sono le emozioni da consegnare ai ricordi soffocati non dall’umiliazione di un risultato ma dalla nostalgia di un momento in ogni caso intenso che fa pulsare ogni particella vivente.
Quasi 50 anni dopo la tela e i pennelli passano al figlio: indecisioni, rabbia, voglia, delusione, pazzia, razionalità e incoscienza. E poi… la partenza per Manchester. Un quarto di finale di Champions League, una vittoria per 2-1 all’andata, tante speranze e l’Old Trafford. In un attimo ciò che il figlio ha solo visto in TV adesso è aria da respirare, mattoni da toccare, storia da farne parte. Duncan Edwars, i “Babies” di Sir Matt Busby, Denis Law, Bobby Charlton, George Best, Brian Robson, Eric Cantona, Roy Keane... e adesso anche io. Seduto nel West Stand in un mare di maglie rosse, a palpitare per la mia Roma ad Old Trafford; questo è davvero “The Theatre of Dreams”.
Esattamente come mio padre dieci lustri fa, anche le mie ossa sono sbriciolate dal 7 a 1 per gli avversari; anch’io subisco il peso di un passivo troppo umiliante perché sia vero, di un epilogo che sbriciola in un’ora e mezza ogni speranza riportandoti immediatamente e violentemente all’amara realtà di un dirimpettaio superiore, di 11 (più 70.000) Red Devils che ti massacrano, di un destino che ti ha fatto assistere ad una partita incredibile, perché ciò che ho visto probabilmente lo rivedrò ogni 20 o 30 anni.
Ecco quindi che non ha senso forse parlare di “vergogna” o di squadra senza “attributi”, perché se è stato talmente incredibile per noi, lo è stato anche per loro. Ovviamente lo stato d’animo è opposto, ma l’eccezionalità e la quasi irripetibilità di ciò che è accaduto martedì 11 Aprile 2007 è la stessa sia a Roma che in Gran Bretagna. Non ha senso crollare quando anche il destino ha dato una mano a coloro che forse non ne avevano neanche bisogno per sbarcare in semifinale. Ricordo partite che mi hanno forse fatto vergognare di più nonostante sconfitte di misura; ricordo che un Reggiana-Roma o un Padova-Roma, entrambi neanche terminati con una sconfitta, bensì con uno spoglio 0 a 0, mi hanno trasmesso molto più malumore. Non devo neanche sforzare troppo la mente per andare a ritroso nel tempo per ritrovare di fronte agli occhi qualcun altro che subisce un’eliminazione dalla Champions League, pareggiando 0 a 0, e accettando il responso con una gigantesca rissa e una disgustosa caccia all’uomo giustificata da un presidente che, dall’alto del suo “stile”, saluta e accetta le imprese dei suoi ex-pupilli con signorili gesti dell’ombrello…
Forse cerco inconsapevolmente il modo per addolcire 7 amarissime pillole; forse la mia attenzione e le mie emozioni sono state per una sera distratte da una britannica calcistica atmosfera nella quale mi immergo sempre volentieri. Forse non riesco a cogliere la vera portata e lo spessore di un’umiliazione. L’unica cosa certa è che, volente o nolente, adesso anch’io ho il mio 7 a 1 da tramandare e me lo tengo stretto come la più esaltante delle vittorie, se non altro perché il nostro come al solito è un carro che si riempie sempre in fretta di facce mai viste prima ed è bene che qualche scossone li faccia cadere rovinosamente, laddove chi ama davvero la Roma, sa bene dove reggersi saldamente…